SOMMARIO.
Due giorni con il maestro Fukuhara.
E' necessario conoscere tutte le facce possibili del Giappone. Le Arti Marziali affascinano, certo, perchè si prestano facilmente alla nostra immaginazione. Ma se approfondirete di più il vostro viaggio, scoprirete il vero fascino che si cela sotto la superficie. Nella sezione Cultura potrete trovare bibliografie, filmografie, recensioni e articoli come input per approfondire le vostre conoscenze.

a cura
di
le pagine di settembre: 2 giorni con il maestro Fukuhara
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La forma deve avere spirito Lo spirito manifesta una forma
Coloro che hanno avuto la possibilità di seguire lo stage con il Maestro Fukuhara e di partecipare alla lezione successiva al Musokan Kendo Club avranno notato il filo conduttore che ha legato questi giorni, sia per quanto riguarda Iaido, sia per il Kendo. Io l'ho vista così. Saho: la traduzione per saho è <<metodo di etichetta>>. Ma ascoltando le parole del Maestro Fukuhara subito si nota come questa traduzione sia troppo superficiale, una patina che copre la vera essenza del significato di saho. Durante l’ora insieme nel nostro dojo, Fukuhara ci ha raccontato un episodio della sua vita. Quando si allenava ancora con il suo maestro, alla fine della lezione Fukuhara si apprestava ad assisterlo prendendo in mano la sua katana e riporla a posto. Capitava, quando era estate, che ovviamente le mani fossero bagnate di sudore. Allora Fukuhara, nel momento di ricevere la spada del maestro, impugnava saldamente la saya con la mano destra avvolta da un tenugui, cosi da evitare ogni contatto con il sudore. Mentre facevo ciò, con la mano sinistra tirava da sotto il monzuki un altro tenugui che aveva appositamente preparato prima della lezione. In questo modo la spada era al sicuro. Era estate e anche il maestro sudava. In quella posizione Fukuhara permetteva al suo maestro di potersi detergere senza essere visto. Questa è un’espressione di saho. Torniamo ai giorni nostri e soprattutto allo stage. Domenica pomeriggio i maestri hanno diviso i praticanti in due gruppi: arbitri e gareggianti. L’idea era quella di dare luogo a due keiko differenti ma contemporanei, prova di gara e prova di arbitraggio. Quanto sia importante saho e reiho in una gara di iaido (e del resto nella vita) tutti gli atleti lo sanno e tutti maestri non dimenticano mai di ricordarlo. Riporto alcune parole del maestro Kusama: Iaidô significa elevare la propria forza e il proprio spirito. Inoltre nello iai chi insegna e chi impara progrediscono insieme. Gli esseri umani, in quanto tali, desiderano la pace – io la penso così. Poiché lo iai consiste nel tagliare (ammazzare) gli altri con una katana, se manca l’elemento spirituale, il cuore (l’amore), finisce per essere mera violenza (assassinio). (Kusama, Risposte al signor Moretti, rivista KI, n. 19).
Soltanto praticando correttamente e con consapevolezza saho e reiho si può fare veramente iai. Ritornando a domenica pomeriggio, la cosa che più è saltata all’occhio è stata la prova di arbitraggio. Come procedere verso la propria posizione, come salutare i colleghi, come sedersi, come poggiare le mani, quando chiamare hantei, come alzare le bandiere, quando chiamare shobuari. Tutto questo è saho. Dopo un’attenta analisi, Fukuhara ha semplicemente detto <<come si può pretendere che i praticanti facciano correttamente saho o si siedano in seiza in maniera corretta se chi giudica non lo sa fare>>. La conclusione di ciò è stata che, sebbene Fukuhara fosse d’accordo con i metodi di insegnamento in Italia, in particolare verso i principianti, il Maestro ci ha rivelato che per i primi tre mesi di pratica nel suo Dojo si fa solo saho. Ci ha anche confessato la sua tristezza nel constatare che molti praticanti sfoderano la katana senza aver prima aver appreso correttamente saho e reiho. Basta pensare al modo di sedersi. Andando in seiza si va verso il basso senza mantenendo una postura pulita e composta e si va in ginocchio. La distanza tra un ginocchio e l’altro deve essere di un pugno. Fukuhara si meravigliava che molti stessero alla distanza anche di due pugni, perché stare così larghi, estetica a parte, non è tecnicamente proficuo. Infatti si fa più fatica ad alzarsi e a mantenere la tensione sulle gambe. Il movimento esplosivo, necessario in ogni momento dello iaido, in questo modo si perde. Ancora a proposito del seiza: nello Iaido non si stare in fila uno attaccato all’altro, poiché nel momento in cui andiamo in ginocchio per fare reiho, non abbiamo spazio sufficiente per eseguire il saluto. Inoltre c’è il rischio di toccare la saya di un compagno: questo era considerato come un insulto o una sfida a duello, paragonabile allo schiaffo col guanto in occidente. Quando ci si mette in fila per il saluto bisogna posizionarsi alla distanza poco meno di un braccio. In questo modo si può iniziare la pratica ed eseguire reiho senza intoppo o pericoli. Nel Kendo i saluti sono tre: shomen ni rei, sensei gata ni rei e otaga ni rei. Il primo è il saluto allo spirito del dojo. In verità nel caso in cui ci fosse un vero e proprio kamiza, quindi un altare, sarebbe più appropriato Shinzen ni rei. Il secondo è il saluto al maestro e il terzo ai compagni. Nello Iaido abbiamo lo stesso ma con l’aggiunta del Torei, saluto alla spada. Per un corretto riferimento si come fare Reiho rimando ad un manualetto in uso nel dojo di Nishonimia che proprio lo stesso Fukuhara ci ha fornito tempo fa e pubblicato dalla rivista Ki. REIHO Salutare la spada non è un vuoto cerimoniale né una prassi da seguire. Tutto fa parte del valore confuciano del vivere in armonia. Salutare la spada significa augurarsi che tutto andrà bene e che riuscirò a praticare iaido con profitto e sicurezza. Con il saluto finale invece si ringrazia che tutto è andato bene. Si entra dunque in rapporto con la spada, un rapporto vivo in cui non portiamo semplicemente una spada nell’obi ma ne percepiamo l’onore di avere, in un certo senso, una tale amica come compagna. Dunque esercitare Saho significa esercitare lo spirito. Se non si esercita correttamente lo spirito, la sola tecnica (waza) non sarà sufficiente. Ricordo un vecchio aneddoto zen, letto in Lo Zen nelle Arti Marziali del Mastro Deshamaru, in cui si raccontava di come un gatto privo di waza e privo di ki (spirito) non riesce a catturare un topo. Il gatto che è diventato padrone del waza riesce a catturare i topi ma questi continuano ad infestare la casa. Il vecchio gatto che ha appreso il rapporto che intercorre tra waza e ki, quando entra nella casa fa scappare i topi. L’idea dello iaido allora non deve essere di uccidere altrimenti, come diceva Kusama, diventa assassinio. Fukuhara ha detto che la katana non serve per attaccare e chi fa kendo sa che il primo che attacca, solitamente, perde. Padronanza dello spirito e della tecnica servono a difenderci da un attacco, quasi a prevenirlo senza che una lama sia stata sfoderata. Se pensiamo ad Ipponme Mae di Seitei Iai, l’idea iniziale è quella di minacciare l’avversario con grande calma e fermezza, lentamente. Bisogna incutere terrore in moda da far cambiare idea al nemico. Se poi lui è così sicuro del fatto suo, allora si esplode in nuki tsuke. Lo stesso accade nel Kendo: si sta in kamae e si fa kiai non per attaccare ma per creare energia da incanalare immediatamente con una inspirazione facendo seme e infine attaccare. E molti kendoka dovrebbe ricordare che in sede d’esame saho è fondamentale: Miyazaki una volta disse che l’esito di un esame di kendo dipende anche da come si esegue saho e reiho prima di andare in kamae.
Ad ogni modo questo volevo dire su questi giorni passati con i maestri Fukuhara e Ito, consapevole del fatto che forse alcune preziose informazioni le ho perse.
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le pagine di maggio: HAGAKURE E KODO
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HAGAKURE La traduzione letterale suona, più o meno, all'ombra delle foglie (Kyūjitai: 葉隱; Shinjitai: 葉隠) o annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie (Hagakure Kikigaki 葉隠聞書). Il testo, pubblicato nel 1906 ma scritto due secoli prima, contiene quella che Yamamoto Tsunemoto considerò la Saggezza del Samurai. L'Hagakure, l'antico codice del samurai, si fa portatore dei valori del Bushido, espressi attraverso l'essenzialità dell'aforisma. Brevi interventi, pagina dopo pagina, come piccoli tasselli a formare il mosaico a cui dovrebbe tendere l'anima di ogni guerriero. L'opera fu concepita dal samurai Tsunemoto dopo la morte del suo daimyo Nabeshima Mitsushige (1632-1700) del feudo di Saga. DiventaTo monaco buddista inizio a scrivere il codice con la collaborazione del suo aiutante Tashiro Tsuramoto. Sebbene l'autore avesse desiderato la distruzione di ogni manoscritto, l'opera, riscontrando un grosso successo, si diffuse e con la pubblicazione del 1906 esso divenne strumento primario del fervente militarismo giapponese. Yukio Mishima, celebre scrittore e drammaturgo famoso per il drammatico seppuku eseguito a 45 anni nel 1970, commentò i primi tre volumi nel 1967. Tema principale dell'Hagakure è la morte come annientamento dell'io, come aspetto della vita da accettare in quanto tale, senza discussione. Gli aforismi presenti trattano delle più svariate circostanze: etichetta, comportamento, forme. Da come ci si comporta in società e con la gente sino ai segreti più intimi e filosofici del bushido
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1,1 Sebbene ci
si aspetti che i samurai siano consapevoli del Bushido, sembra che
molti siano negligenti. Infatti, se venisse chiesto loro: "Qual è il
vero significato della Via del Samurai?", pochi sarebbero pronti a
rispondere con prontezza. 1,2 Ho scoperto che la Via del
samurai è la morte. 1, 147
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KODO' - FIGLI DEL TAMBURO
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Sbocciati nel 1981 al Festival di Berlino, i Kodò hanno da sempre esaltato e perfezionato l'arte del taiko, il tamburo tradizionale giapponese. E infatti il loro stesso nome è un tributo allo strumento: se da una parte il significato è "battito cardiaco, l'ancestrale principio ritmico dell'uomo, dall'altro esso vuole anche dire "figli dei tamburi."
I Kodò, infatti, non vivono nella logica di band, ma hanno fatto del taiko il fulcro della loro vita: in sostanza i grandiosi e impressionanti spettacoli che da anni ci offrono, non sono altro che una misera manifestazione del loro legame a questo strumento.
Aspetto riscontrabile in tutte le manifestazioni della cultura giapponese, essi vedono nel taiko la "via" da seguire, da cui deriva l'applicazione teorica e pratica nell'arte e una condotta di vita basata su certi canoni.
Questo principio aveva dato origine alla comunità dell'isola di Sado nel 1970: essa aveva come fulcro, come linfa vitale il taiko e l'arte tradizionale giapponese. Questò generò il gruppo musicale Ondekoza, guidato da Tagayasu Den. Dopo la sua decisione di abbandonare Sado, i membri rimanenti del gruppo fondarono i Kodò.Perciò è impossibile limitarli alla definizione di band, piuttosto si può parlare di una comunità che si occupa della salvaguardia, diffusione e interpretazione delle arti tradizionali giapponesi. E infatti Kodò è un vero e proprio progetto che coinvolge decine di persone, tra artisti, organizzatori, tecnici e studenti.
La loro totale dedizione verso l'arte ha fatto si che diventassero grandi maestri nell'uso del taiko in tutte le varie forme di percussione.
Protagonisti indiscussi della scena, i tamburi spesso vengono affiancati da altri strumenti tradizionali giapponesi, oppure da altri più moderni e dal linguaggio jazzistico, come il pianoforte o la tromba.Il percussionista di taiko però non è un semplice musicista: guardando i Kodò dal vivo, si nota subuto una fusione tra strumento, ritmo e uomo. L'intensità e il grande sforzo fisico sono una componente evidente di quest'arte, che quindi necessita di grandi allenamenti del corpo e della mente.
TAIKO - LE ORIGINI
"Secoli fa, quando ancora l'uomo non era padrone delle arti del fuoco, della terra e dell'acqua, il dio Susanowo-no-Mikoto, disprezzando la Creazione, decise di sconvolgere la Terra con il suo potere. La sorella del dio dell'Uragano, Amaterasu Ohmilkami, dea del Sole, si spaventò di fronte a tanta distruzione. Incapace di reagire, si chiuse in una caverna e la sigillò con una grande pietra, facendo cadere l'intero mondo nell'oscurità. Il Sole era, ed è tutt'ora, fonte vitale per tutti gli esseri viventi, perciò l'assenza della dea sconvolse gli equilibri del Creato e del Cosmo, destando la preoccupazione di tutti gli altri dei. Nessuno sembrava in grado di convincere Amaterasu ad abbandonare il suo rifugio e riscaldare nuoavamente con i suoi raggi il mondo. La situazione sembrava precipitere, ance perché le forze del male, i demoni, potevano agire indisturbati nell'elemento a loro favorevole, le tenebre. L'umanità sembrava spacciata, ma una dea, vecchia e quasi priva di potere, decise di porre fine a questa vicenda, convinta di riuscire la dove tutti avevano fallito. Questo provocò lo scherno e la derisione da parte degli altri potenti dei. Indifferente, la vecchia Ame-no-Uzume-no-Mikoto cominciò a danzare davanti l'ingresso della grotta su una botte di sakè, producendo un ritmo incalzante e gioioso, che ammaliò gli altri dei che presero parte alle danze. Così la dea del sole incuriosita si affacciò all'uscio e vedendo questo clima di gioia decise che non vi era più ragione di nascondersi. E così il mondo riebbe la luce e l'umanita la musica taiko."
Il mito delle origini nasconde una interpretazione del suono e del ritmo, legata ad un'estasi della vita stessa. Il ritmo incessante, vibrante e penetrante che rimbomba nell'aria e nei cuori è una esaltazione della gioia di vivere La musica è di fatto l'unica manifestazione artistica conosciuta dagli uomini, le cui origini sono da riscontrare in natura. In particolare il ritmo è una delle caratteristiche di essa, tant'è che il nostro stesso cuore da un "senso" e un "ritmo" al nostro corpo.
Ascoltando i Kodò percepisci lo spirito della natura, del ritmo e dell'uomo, la forza di quello che oserei chiamare ki - taiko - tai. Allora senti ,in questo modo, il percussionista che si serve del taiko per parlare nel linguaggio della natura, comunicando tutti i suoi pensieri e gli stati d'animo.
In questo modo il taiko va oltre la terrena accezione di strumento, vestendosi di una valore mistico religioso, in quanto esso è capace di scuotere il Cielo, di arrivare nella dimora delle divinità (kami), oltre le nuvole.
"Non c'è niente di così semplice come il taiko. E poiché è così semplice, i sentimenti del suonatore si manifestano direttamente come suono. Suonare il taiko è porsi di fronte a se stessi[...]
Attraverso il taiko voglio sempre esprimere qualcosa situato nel profondo del mio animo, il mio se stesso reale piuttosto che solo il lato superficiale. [...] Voglio essere onesto di fronte al taiko"(Kaneko Ryûtarô, esecutore).
"Quando suono il taiko parlo con me stesso. Forse dovrei dire: parlo con il mio corpo. Entro nel suono che produco, mi mescolo con il suono e divento uno con esso. O mi ubriaco di suono. Ciò significa anche che divento uno con il pubblico. Sento che sono vivo ." (Fujimoto Yoshikazu, esecutore).
"Ciò che rende il nostro gruppo affascinante e differente da altre forme di spettacolo è che siamo dei sognatori e abbiamo un obiettivo molto più alto, anche se non siamo tecnicamente perfetti. Credo che questo sia il motivo per cui gli spettatori sono mossi dalla purezza del nostro sentimento quando vedono un nostro spettacolo sul palcoscenico"(Yamaguchi Motofumi, direttore artistico).
(citazioni tratte dal documentario Kodò, grazie a www.fujikai.it)
